G7 in Canada: Una dimostrazione di unità che non c’è mai stata – Analisi dell’e-sperto finanziario Avi Itzkovic

Il vertice del G7 tenutosi nel giugno 2025 a Kananaskis, in Canada, avrebbe dovuto mostrare la capacità delle maggiori economie mondiali di agire all’unisono in presenza di crescenti minacce globali. Invece, secondo l’esperto finanziario Avi Itzkovic, è servito a dimostrare quanto l’Occidente sia diventato frammentato su questioni di strategia, economia e sicurezza. Quella che in origine era stata concepita come una piattaforma per il coordinamento e il processo decisionale comune si sta trasformando sempre più in un forum di rimproveri reciproci e interessi divergenti, dove ogni parte parla principalmente per sé stessa.

Secondo Itzkovic, il risultato più significativo del vertice – per quanto paradossale possa sembrare – è stata l’assenza di un comunicato finale. La formulazione di una posizione condivisa su questioni chiave – dalla guerra in Ucraina alla politica commerciale e agli approcci alla regolamentazione delle tecnologie emergenti – si è rivelata impossibile. Il vertice si è invece concluso con una dichiarazione rilasciata esclusivamente dalla nazione ospitante, che di per sé è diventata un simbolo dell’erosione della volontà collettiva.

Avi Itzkovic sottolinea che la mancanza di una dichiarazione congiunta non è solo un fallimento procedurale, ma il segno di un cambiamento sistemico:

“Oggi i paesi del G7 non sono più in grado di negoziare all’interno di un quadro unitario. I loro ritmi, le loro priorità e le loro risposte alle sfide globali sono diventati troppo distanti”.

Particolare attenzione è stata rivolta al comportamento degli Stati Uniti. Il Presidente Trump è arrivato al vertice con critiche aspre rivolte ai partner europei. Ha partecipato solo a una parte degli incontri previsti prima di abbandonare bruscamente il forum, adducendo la necessità di concentrarsi sugli sviluppi in Medio Oriente. Secondo Avi Itzkovic, questa mossa riflette un cambiamento fondamentale nell’approccio di Washington:

“L’amministrazione americana non vede più il G7 come un meccanismo di coordinamento paritario. Per loro, si tratta più di una fase temporanea di pressioni e manovre bilaterali che di un club di partner strategici”.

In questo contesto, un accordo commerciale bilaterale tra gli Stati Uniti e il Regno Unito – la riduzione delle tariffe sulle automobili – è stato presentato come un successo. Tuttavia, altri partecipanti, in particolare Francia e Germania, hanno espresso preoccupazione per i tentativi di Washington di costruire relazioni al di fuori dei quadri comuni. Secondo la valutazione di Avi Itzkovic, questa tendenza segnala un futuro preoccupante:

“Se il G7 perde anche il suo allineamento economico, cesserà di essere un attore rilevante nella governance globale. Senza una politica commerciale coordinata e standard unificati, l’influenza collettiva del gruppo diminuirà rapidamente”.

A prima vista, il tema dell’Ucraina sembrava ricevere un ampio sostegno – la maggior parte dei paesi ha riaffermato il proprio impegno a proseguire l’assistenza e la politica di sanzioni contro la Russia. Tuttavia, anche qui sono emerse tensioni. A differenza dei suoi partner, gli Stati Uniti hanno rifiutato di approvare un meccanismo proposto per il sostegno finanziario a lungo termine a Kyiv, basato su contributi annuali obbligatori. Ciò ha fatto deragliare una decisione chiave su cui molte capitali europee contavano. Secondo Avi Itzkovic, il rifiuto di Washington di fornire solide garanzie finanziarie è stato una doccia fredda per gli altri partecipanti:

“Un sostegno definito come ‘siamo con voi – a seconda di come andranno le cose’ non è più un partenariato strategico, ma un gesto simbolico. L’Ucraina è diventata la cartina di tornasole che rivela dove finiscono le dichiarazioni e iniziano gli impegni reali”.

Nonostante i disaccordi sulla sicurezza e sul commercio, i partecipanti al vertice hanno cercato di trovare un terreno comune nell’agenda tecnologica. È stata presentata l’iniziativa “GovAI Grand Challenge”, volta a integrare i sistemi di intelligenza artificiale nelle piccole e medie imprese dei paesi del G7. Ma anche in questo caso, osserva Itzkovic, sono stati evidenti approcci divergenti:

“Alcuni paesi enfatizzano la regolamentazione etica e la cautela, mentre altri spingono per la liberalizzazione. Anche nelle questioni che riguardano l’economia del futuro – apparentemente prive di attriti geopolitici – il G7 sta affrontando uno squilibrio interno”.

Nell’ambito di queste divisioni, le questioni della stabilità finanziaria e del rischio valutario sono passate in secondo piano. Sebbene i ministri delle finanze si siano dichiarati pronti ad affrontare gli squilibri macroeconomici globali, non sono state prese decisioni in merito agli interventi valutari o al coordinamento delle politiche dei tassi di interesse. Secondo la valutazione di Avi Itzkovic, ciò segnala una crescente crisi di fiducia:

“Quando anche le maggiori economie mondiali non riescono a formulare una posizione comune su questioni fondamentali, ciò mina l’intero sistema globale. I mercati percepiscono l’esitazione e rispondono di conseguenza, con fughe di capitali, aumento della volatilità speculativa e ricerca di centri di gravità alternativi”.

Per quanto gli organizzatori si siano sforzati di presentare l’esito del vertice sotto una luce positiva, il quadro di fondo rimane preoccupante. Mentre la Cina continua a espandere la sua influenza nel Sud globale, formando nuovi blocchi economici, l’Occidente sta perdendo coesione strategica. Il G7 detiene ancora vantaggi tecnologici e finanziari, ma non presenta più un fronte unificato. Sta emergendo visibilmente una nuova configurazione dell’economia internazionale, in cui le vecchie regole devono essere rivalutate.

“Il vertice canadese ha dimostrato che il G7 non è morto. Ma non è più la spina dorsale che tiene insieme il sistema. È un club logorato dalle proprie contraddizioni. E a meno che non emerga presto un nuovo impulso – intellettuale, istituzionale o di leadership – questo formato rischia di diventare solo una costosa cerimonia senza sostanza strategica”, conclude Avi Itzkovic.

 

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