Delebio. Pasqua fa 100 anni a Natale. Ma “il Paradiso può attendere!”

DELEBIO – “Questo è un anno particolare e verrebbe da dire… purtroppo”. Inizia così la comunicazione di Angela Minatta, figlia della signora Pasqua Codega che il prossimo 25 dicembre compirà 100 anni.

“Per la nostra famiglia però lo è anche per un avvenimento che ci riempie di gioia: la nostra mamma e nonna e bisnonna e zia prozia triszia e tanto altro compie 100 anni! I vari festeggiamenti programmati che si sarebbero conclusi con una mega festa a famiglia super allargata, ovviamente sono stati tutti cancellati o meglio, se Dio vorrà,….rimandati al 2021. Spiace molto per mamma che avrebbe meritato tutte queste manifestazioni di affetto e che invece non possiamo neppure sfiorare dal febbraio scorso. Inoltre essendo ancora lucida e autonoma lei ci avrebbe tenuto molto, orgogliosa di essere diventata la decana della “sua” Delebio.

Scrivo questo articolo a nome del clan per ricordarla a tutti…parenti amici e conoscenti. Sarà un po’ come sfogliare un libro di Storia lungo un secolo.

I 100 ANNI DE LA PASQUA!

Questo è un anno particolare e verrebbe da dire…purtroppo. Per la nostra famiglia però lo è anche per un avvenimento che ci riempie di gioia: la nostra mamma e nonna e bisnonna e zia prozia triszia e tanto altro compie 100 anni! I vari festeggiamenti programmati che si sarebbero conclusi con una mega festa a famiglia super allargata, ovviamente sono stati tutti cancellati o meglio, se Dio vorrà,….rimandati al 2021. Spiace molto per mamma che avrebbe meritato tutte queste manifestazioni di affetto e che invece non possiamo neppure sfiorare dal febbraio scorso. Inoltre essendo ancora lucida e autonoma lei ci avrebbe tenuto molto, orgogliosa di essere diventata la decana della “sua” Delebio.

Scrivo questo articolo a nome del clan per ricordarla a tutti…parenti amici e conoscenti. Sarà un po’ come sfogliare un libro di Storia lungo un secolo.

Correva l’anno 1920. Per la verità era corso e stava volgendo al termine. Così avrebbe dovuto concludersi se mamma Pasqua non avesse deciso di nascere in anticipo scegliendo di farlo….il giorno di Natale! Non è certo stata una bizzarria dei suoi genitori la scelta del nome! Suo padre Gottardo si era felicemente coniugato con una ragazza di Delebio di nome Pasqua Fransci e dal matrimonio erano nati due bambini…Placido e Aristide. Purtroppo Gottardo si ritrovò presto vedovo: la cara moglie morì molto giovane a causa della spagnola. Non potendo occuparsi dei figli a causa del lavoro, i bambini vennero accuditi dalla cognata Carmelina ancora da maritare e dalla famiglia materna. L’amore pian piano unì Carmelina e Gottardo che la prese in sposa.

Quando si prospettò una gravidanza, sul nome del nascituro non c’erano dubbi: Pasquale o Pasqua per ereditare il nome della loro congiunta. Così si legge nel registro comunale:

Codega Pasqua Natalina di Giov Battista Gottardo
s’è presentato in comune il 27. 12. 1920 alle ore 9.30
Codega Giov Battista Gottardo di anni 33 falegname
per dichiarare che il 25. 12. 1920 ore 11
è nato da Fransci Carmelina di lui moglie convivente
un bambino di sesso femminile a cui da nome Pasqua.
Natalina

Pasqua col papà

Il secondo nome si è misteriosamente perso nel tempo e infatti non compare in nessun documento.
Mamma è cresciuta nella sua umile famiglia con nonno che faceva il falegname di carri nella bottega ai Geroni e nonna che accudiva i bambini, gli animali e lavorava i prati e il campo. Gli zii lavoravano e aiutavano nonno a tagliare legna. A nove mesi la piccola Pasqua camminava già sulla “griscia” in Badia, divenendo la cocca delle ragazze che lavoravano nella vicina filanda della seta, dove poi è subentrato lo stabilimento di produzione dei pennini dei signori Cattaneo.

Mamma venne, appena possibile, inserita nel… circuito produttivo della famiglia, come del resto si usava allora. Iniziò aiutando la nonna ma, al bisogno, andava anche lei a “ tirà al segun” insieme a suo padre. Da tarda primavera a inizio autunno su a “Cescolt” con le mucche a tagliare erba e legna e a lavorare il latte. Vita intensa, nella quale le parole “dopo o sono stanca” non esistevano. Vita che veniva scandita dal lavoro più che dal tempo e…se non si era finito di fare qualcosa si andava avanti senza staccare.

La casa natia in località Badia Delebio

Fidanzata (1945)

Così Pasqua crebbe tra sua madre che voleva farne una brava donna di casa e suo padre che, avendo spesso bisogno del suo aiuto, la trattava da maschio non risparmiandole fatiche. Nonna un giorno le regalò il suo primo paio di scarpe che avevano pure un accenno di tacco. Andavano calzate solo per andare a messa. Per non rovinarle con la “griscia”, da Badia ai paraggi della chiesa Pasqua usava gli zoccoli, che poi nascondeva per potersi infilare le scarpe da ritogliere alla fine della funzione!

Si stava intanto facendo largo l’ideologia fascista e mamma ricevette uno dei pochi regali della sua giovane vita: la divisa delle Piccole Italiane. Abituata solo ai grembiulini cuciti da nonna, quella gonnellina nera e quella camicetta bianca per lei rappresentavano il massimo del lusso. Lusso mai sfoggiato perché Gottardo prese il pacchetto e lo buttò immediatamente dentro le fiamme di quel grande camino sempre acceso in cucina. Mai un simbolo fascista avrebbe varcato la sua soglia! Iniziavano a spirare venti di guerra…gli zii dovettero partire e in seguito divennero partigiani dandosi alla macchia sul Legnone. Nonna Carmelina preparava il pane nel suo forno poi, col favore delle tenebre, mamma partiva “ cul gerlu e la lanterna” e andava a Piazza Calda. La schiena le bolliva. Ad ogni rumore trasaliva e oscurava il piccolo lume e su su portava da mangiare a tutto il gruppetto lasciando anche del companatico, che le famiglie si erano tolte letteralmente di bocca, e qualche cambio pulito. Poi, sempre al buio e sola, tornava a casa dove i nonni l’aspettavano con un po’di caffelatte e pane che lei mangiava mentre dava notizie dei suoi fratelli e dei loro compagni. Nonna Carmelina avrebbe riferito alle famiglia interessate. A volte ormai albeggiava, quindi si iniziava la giornata senza aver toccato il letto! Il primo lavoro era la mungitura delle poche mucche. Pasqua ci sapeva fare con gli animali. Con una punta di orgoglio ricorda che nonno Gottardo aveva comprato un mulo. Un “bastart”….non ubbidiva a nessuno tranne che a lei con grande stupore anche di suo padre. Il mulo era testardo, ma mamma molto più di lui a quanto pare!!!!!!!

Finalmente finì la guerra…gli zii Placido e Aristide, che nel frattempo erano stati mandati in Russia, tornarono con la salute molto compromessa. Assistiti amorevolmente dalle loro mogli e circondati dal grande affetto di tutta la famiglia sopravvissero qualche anno per poi spegnersi molto giovani. Anche per mamma, che quei fratelli tanto amava, fu un duro colpo…da allora, pur avendo noi, si è sentita più sola e lo dice ancora adesso.

Nella baita a Piazza Calda

Alcune righe a Badia vanno dedicate. Il micromondo di mamma è sempre stato questo colondello, non solo per la presenza della sua casa ma per la gente che lo abitava, un bel gruppo fatto da persone amate: il Raulo con la famiglia, da cui nonna imparò a fare il “mate” (Adesso è una moda, ma per loro era bevanda abituale da sempre. Iniziammo presto anche noi bambini a bere con la “bumbigia” che ci passavamo a vicenda). Il “Cantinun” dove si andava a prendere il vino, ma anche la Spuma scura…bella fresca, quando accaldati si tornava dal lavoro nei prati o “ dopu vè balà giù al fee su an del tress”. Sulla strada si affacciavano la Eva, il Franco, la Primina con la Marta e la Clara, la Sufia, la Maria del Burtul, la famiglia Paleni e altre persone alle quali mamma è sempre rimasta affezionata. Nelle sere di primavera, finalmente si incontravano amici e amiche…tutti seduti sul sagrato de la geseta…(oratorio di San Gerolamo). Spuntava qualche strumento musicale e si cantava e si rideva fino a quando le madri, riunite in gruppo a contarla e a sorvegliare, richiamavano le ragazze. In autunno il gruppo si spostava nelle stalle, dove si spannocchiava recitando il rosario, per poi fare i breschee, tra le storie di paura che nonno Gottardo raccontava nonostante la nonna cercasse di dissuaderlo.

Il tempo trascorreva e secondo Carmelina era giunto il momento in cui la figlia avrebbe dovuto imparare ad arrangiarsi come sarta…indispensabile per diventare una buona moglie in futuro, anche se il fidanzato non era all’orizzonte. Andò allora da una brava maestra che stava in Piazza, una certa Minatta Emma, che aveva altre ragazze alle quali insegnava il mestiere. Emma aveva un giovane fratello ancora da accasare e Cupido fece scoccare la freccia!

Fidanzamento di ordinanza, rigorosamente sotto controllo, e il 7 ottobre 1946 Enrico e Pasqua si sposarono con la benedizione di don Teodoro Pruneri. Il pranzo di nozze…memorabile. Gottardo fornì le galline, che fornirono il loro brodo, che permise di fare il risotto. L’orto fornì qualche verdura di contorno, mani operose fornirono il pane fatto in casa insieme a qualche torta casalinga. Il pranzo si tenne in Torrazza dove la sorella di papà col marito, la zia Giuseppina e lo zio Omobono, gestivano una trattoria.

Il 2 giugno, oltretutto, Pasqua aveva dovuto superare un altro impiccio: anche le donne erano state chiamate a votare per il referendum su monarchia e repubblica. Per nonno Gottardo tassativa era la partecipazione, ritenendola una conquista. Per mamma… “un fastidi”. In primo luogo, la politica doveva essere cosa da uomini e, secondo poi, scegliere tra il Re e la Repubblica era un bel problema specialmente non sapendo chi fosse la Repubblica… “mi quela lì soo po gna chi la sias”! Dopo aver discusso con le sue amiche, che ne sapevano esattamente quanto lei, cioè ben poco….decise di votare per il Re. Da allora mamma non ha perso nessuna votazione, referendum compresi, anche se prima si fa spiegare la situazione perché “cun quei de la televisiun se capis negut…. I ga resun tucc”.

Dopo il matrimonio com’era consuetudine Pasqua si trasferì in casa dei suoceri dove abitavano anche lo zio Angiolino e la zia Ida con la figlia Maria Carmen.

Lì nascemmo noi tre figli e certo il lavoro non mancava. Gli zii lavoravano. Nonna per i primi anni dirigeva la casa poi, a causa di un ictus, rimase semiparalizzata; nonno Giuseppe non era tra i caratteri più accomodanti. Comunque mamma trovò una seconda famiglia. Quante volte ha raccontato dei pranzi di Natale fatti tutti insieme e della passeggiata in Torrazza per andare a trovare gli zii! Ovviamente non c’erano comodità quindi noi piccoli venivamo avvolti in pesanti coperte e portati in braccio, ma era lunga la strada e pesante il fardello. Con grande gioia di mamma, la signora Egidia Bassi che da Milano veniva a trascorrere l’estate a Delebio, le regalò un passeggino….un catafalco con le ruote in cui mamma infilava me e Donato anche per portarci anche in Badia dai nonni. Nel 1958 ci trasferimmo nella casa nuova in via Roma. Casa per quei tempi bella e grande. Con orgoglio ricorda quando lei e papà sono andati a comprare il terreno dal Plinio Curgatel. “L’era carr” ma come una formichina mamma aveva accantonato mensilmente qualche risparmio e quindi i soldi c’erano!

I nonni si trasferirono con noi e anche lì la vita fu molto impegnativa per Pasqua. Nonna Maria peggiorava in salute. Nonno Giuseppe invecchiava, quindi aveva bisogno anche lui di più attenzioni. Papà per lavoro era sempre fuori e noi tre figli facevamo disperare come tutti. Quando eravamo grandicelli, mamma per un po’ interveniva per sedare le baruffe, ma alla fine sfilava lo zoccolo e con una mira invidiabile riusciva a colpire quello che, secondo lei, era stato il primo ad iniziare. Se si sbagliava, diceva… “tegliel per quanche ta fee al bambu n’oltra volta”. E la cosa finiva lì. Passò anche questo periodo. I nonni paterni morirono negli anni sessanta e la vita di Pasqua si tranquillizzò un poco. Poi si ammalò nonno Gottardo e da buona figlia si prodigò per stare vicina a lui e a nonna che poi da vedova venne ad abitare a casa nostra. Papà andò in pensione senza mai divorziare “da la sua murusa”: la banda musicale di Delebio. Quando al venerdì sera andava alle prove la Pasqua lo salutava così… “ghet scià i ugiai? E al fazzulet del nass? E i denc?” Essendo in età da dentiera anche quelli rientravano nelle cose da ricordare!
Noi figli iniziammo a intraprendere la nostra strada. Nonna Carmelina raggiunse nonno Gottardo in posto migliore. Papà si ammalò. Mamma fu realista come sempre: “al papà l’è malaa. An veda cus’è che sa po fa e quel che Dio voo”. Lo curò con amore e, quando morì all’improvviso, decise che avrebbe vissuto subito da sola rifiutando la proposta di passare almeno le notti a casa di noi figli. Ormai anche lei aveva passato l’ottantina e ogni santo anno, quando arrivavano Natale e Pasqua, diceva… “ma sa che l’è l’ultima volta che en cumpra al panetun e la culumba del Galbusera…pudaro miga scampà in eternu!”… Sta di fatto che a 94 anni faticammo non poco nel convincerla a lasciare casa per venire ad abitare con noi. Esperimento mal riuscito, perché lei via da Delebio non ci voleva stare. Una donna di supporto era fuori discussione…nessuno avrebbe potuto spadroneggiare in casa sua e darle ordini. Così si fece accompagnare dal medico e, seppur con la nostra contrarietà, fece richiesta di entrare alla casa di riposo. E dopo due anni di attesa…eccola qua. Ancora lucida e sana a sgambettare col suo passetto veloce sui corridoi, che chiacchiera con le sue conoscenze e che è felice nel vede la “sua” gente di Delebio entrare nella struttura.

Purtroppo le prove durano quanto la vita…da mesi questa routine è scomparsa. Dal febbraio scorso i contatti ravvicinati sono sospesi. Mamma ha reagito tutto sommato bene nel primo lockdown mentre è più in affanno psicologico in questo periodo. Non deve essere facile a 100 anni trovarsi la vita ribaltata… lei abituata alla nostra presenza ormai giornaliera, ad uscire spesso con noi per intere giornate, a festeggiare ogni evento insieme a noi, ad essere messa al corrente di tutte le vicende della sua grande famiglia, si è trovata improvvisamente isolata. I suoi affetti lontani…al di là di uno schermo del tablet oppure oltre uno strato di plexiglass.
Oltretutto con la seconda ondata, altra sospensione degli incontri, decisione che l’ha provata ulteriormente. Gli sforzi del personale della casa di riposo nulla possono per colmare la solitudine e la malinconia legata alla mancanza dei famigliari. E neanche per noi è facile non vederla e stiamo inventando di tutto perché sappia che non la stiamo dimenticando. Stiamo organizzandole la festa del centenario in modalità specchio. Quando lei brinderà dentro, anche io e i miei fratelli alzeremo il calice da fuori. Quando taglierà la torta, pure noi mangeremo dietro al vetro. Non abbiamo altre possibilità al momento. Si chiama fare di necessità virtù.

Mamma ne ha passate tante in un secolo. Se Dio vorrà supererà anche questa, anche se la nostra paura è che queste vicende l’abbiano segnata nonostante la forza di carattere leonina. In questo periodo spesso mi chiedo….cosa lascerà in eredità mamma a noi figli…ai suoi 7 abbiatici…ai suoi pronipotini ( intorno al 10 di gennaio nascerà l’ottavo con 100 anni giusti di differenza dalla nonna bis)…alla nutrita squadra di nipoti che ormai sono alla quarta discendenza?
L’OTTIMISMO E LA SPERANZA per vedere il bicchiere mezzo pieno, convinti che dopo il brutto tornerà il bello. IL CORAGGIO E LA SOPPORTAZIONE nell’affrontare le avversità. L’AMORE E IL PERDONO perché tanto la meta finale è sempre la “Punciuna”.

Una FEDE profonda, interiore…per lei il Signore è sempre stato sulla sedia accanto…uno di famiglia a cui rivolgersi in ogni momento e con cui anche questionare. Una fede concreta, fatta nel mettersi al servizio di chi aveva bisogno. Donna d’acciaio di sicuro…ma di un acciaio modellato per proteggere la tenerezza che ha dentro, pronta ad uscire quando abbraccia i suoi cari o quando interviene per dare una mano in casa di riposo agli altri ospiti. Quando coi suoi occhi vivaci ma a volte stanchi ti guarda, il cuore si strugge: pare una bambina e ti viene voglia di abbracciarla. Ma se si sente contraddetta ti rimette a posto in un attimo col solito cipiglio….e ti viene voglia di abbracciarla ancora più stretta.

Tanti auguri Pasqua…metticela tutta…per noi rappresenti la storia della nostra famiglia, un ponte tra passato e futuro nel quale si sta incontrando un presente non proprio roseo, ma come dici tu: se “sa po’ miga savè cusa ghè dedre al cantun” è anche vero che “ ma de tirà innanz che al Signur al ga pensarà luu a met a post i rop”. Sarà così anche stavolta.

Anche se dici da un pezzo che saresti pronta a passare oltre….resta ancora un po’ con noi.

In fondo…il Paradiso può attendere!

Con infinito amore
I tuoi figli Angela Donato Gilberto coi rispettivi coniugi
I tuoi nipoti Giovanni Lara Eleonora Davide Gianluca Valentina Alice e coniugi
I tuoi pronipoti Alex Andrea Fabrizio Nicolò Michele Gioia Diletta e Brando nel pancione
Tutti i tuoi nipoti e parenti Codega Minatta e Fransci con le loro famiglie

Questo racconto è un sunto di uno scritto molto più ampio che stiamo preparando per festeggiare mamma. Spero abbia tenuto compagnia e che faccia venir voglia, quando si potrà, di passare a salutare gli anziani alla casa di riposo e di visitare anche quelli che stanno fuori. Perché loro sono le nostre radici. Sono il passato che ci ha resi quello che siamo. Ciascuno è un piccolo scrigno pieno di saggezza.
Angela e tribù